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Truman Capote e i suoi spettri

Autori Leila Guerriero
Autore: redazione
Data: 15/10/2026
Leila Guerriero, Sulle tracce di Truman Capote

Pubblichiamo oggi, per gentile concessione del settimanale Il venerdì di Repubblica, un bellissimo pezzo di Andrea Bajani che racconta Sulle tracce di Truman Capote di Leila Guerriero, autrice vincitrice del Premio Strega Europeo 2026. Nel libro, che inaugura la nuova collana SUR Disincontri, Guerriero ci porta nel Sud della Spagna, in un viaggio affascinante che indaga i fantasmi di chi per mestiere sceglie di raccontare la realtà. Buona lettura!

Ogni volta che entro in classe, trovo una ventina di ragazze e ragazzi americani che sono venuti a sedersi in quell’aula perché vogliono capire come si scrive una storia. Con qualche eccesso di semplificazione, potrei dire che si siedono lì per capire come inventare una storia con cui fare dei soldi. E poi si trovano un tizio italiano che se ne va avanti e indietro davanti a una lavagna sterminata gesticolando, e che la cosa che scrive più di frequente con il gessetto è il punto interrogativo. E non tanto per chiedere loro di rispondere a una domanda, quanto perché sono infinite le faccende che restano insolute nell’atto di scrivere, anche a chi lo fa pubblicamente da oltre vent’anni.

E se insegnare è riuscire a farsi seguire nel dubbio, la questione più difficile — ammesso e non concesso che si possa insegnare qualcosa sul formulare il mistero per scritto — è quella che riguarda l’istinto. E cioè il fatto che non si sa come mai, a un certo punto uno scrittore o una scrittrice si mette a correre dietro una storia. Che non solo non lo possiamo sapere noi che leggiamo a posteriori, ma neppure lui o lei che si è messo a camminare annusando per terra. E che — ed è lì che di solito arrivo al punto che sparge perplessità per la classe — è bene non domandarselo troppo, quando si scrive. Perché è quell’inquieto grattare interiore del dubbio che attiva il bisogno animale di investigare. Cioè l’essenza di ogni scrittura.

Inventare e investigare

E poi dico: «Ad esempio, Truman Capote». È quello il momento in cui gli studenti, che pensavano stessi facendo un delirante concione europeo sull’ispirazione, tirano su la testa dal computer e cominciano a guardare la lavagna su cui dopo aver scritto Inventory, «inventario» e Invention, aggiungo con le mani sporche di bianco: Investigation. Ah, sembrano dire i loro sguardi, adesso si ragiona. C’è un crimine da qualche parte. Senza avere ancora il sospetto che il crimine è quello del torbido da cui ciascuno è abitato e che ci si guarda bene dal risvegliare.

«Ad esempio, Truman Capote», dico. Come mai ha mollato tutto — New York e festini — per andarsene in Kansas nell’autunno del 1959, dopo aver letto un trafiletto che diceva: «Un facoltoso coltivatore di grano, sua moglie e i due figli sono stati trovati morti questa mattina nella loro casa, raggiunti da colpi di arma da fuoco a distanza ravvicinata dopo essere stati legati e imbavagliati»? Qual è stato l’istinto o il dolore, che poi lo avrebbe trascinato in un vortice infernale fino ad assistere, sei anni dopo, il 14 aprile 1965, all’impiccagione dei due assassini, diventati nel frattempo più o meno suoi amici?

Non dico che la risposta stia dentro il libro di Leila Guerriero, Sulle tracce di Truman Capote (Sur, 2026. Traduzione di Maria Nicola), ma è lì che la domanda viene formulata in una maniera così bruciante da diventare un rovello per tutti. Capote legge la notizia di cronaca, chiama il New Yorker e si mette in viaggio per Holcomb, Kansas, senza ancora sapere che sta andando incontro non a un reportage, ma a un romanzo, e che quel romanzo segnerà la storia della letteratura (il che è secondario) e la sua vita per sempre. Leila Guerriero scrive che esiste un’altra versione del primo istinto di Capote (sarebbe stato l’editor del New Yorker a sottoporgli la storia) ma conviene su una cosa, e cioè che lui prende e parte soprattutto per vedere che ne è di quella cittadina in cui si è sparso il terrore.

Sul tirare i fili degli eventi Guerriero è limpidissima. Sul ritratto dei due assassini — «Dick e Perry» — la fuga dei due, l’arresto, e poi soprattutto quell’attesa protratta all’infinito, che la cosiddetta giustizia facesse il suo corso e venissero impiccati. La data dell’esecuzione rinviata di continuo e quel dilemma di Capote, tra esserci per loro — come confidente — e il «bisogno narrativo» della loro impiccagione per scrivere l’ultima pagina di A sangue freddo e darlo alle stampe. «Andò a trovarli un’ora prima dell’impiccagione. Erano ammanettati, il busto serrato in un’imbragatura». E poi finisce come sappiamo. Truman Capote è lì, poi scrive, poi diventa leggenda.

Ma la questione centrale del libro della scrittrice giornalista argentina, già premio Strega europeo 2026 con La chiamata, è quella che ho provato ad accennare più sopra. E cioè, come funziona quella vertigine, o quell’ascesso della mente, che trascina chi scrive a inseguire un fantasma interiore dandogli le sembianze di persone reali — due assassini che sterminano un’intera famiglia alla ricerca di denaro, per esempio. Quello dentro cui Guerriero ci tira dentro non è un viaggio in Kansas ma nel Sud della Spagna. Ed è lei a mettersi in viaggio, e noi a seguire lei che insegue Capote. Per scrivere A sangue freddo, Capote lascia sia il Kansas sia soprattutto New York e se ne va in Europa.

Fuori dai radar

«Capote, Dunphy [Jack, a lungo compagno dello scrittore, ndr], i due cani e la gatta arrivarono il 26 aprile del 1960 all’Hotel Trias dopo avere attraversato la Francia in auto». Il Capote della Costa Brava è un uomo che scompare dai radar. Non riattraverserà l’Atlantico — o almeno così dice — finché non avrà finito il libro. Ma soprattutto è uno scrittore dentro un buco non geografico, ma interiore. E che cosa insegua è impossibile dirlo. Se siano Dick e Perry, l’America, o la propria infanzia violata, la madre morta per propria scelta. Ed è qui che Guerriero diventa Capote, e non tanto nell’accezione più facile dell’intuizione e cioè che è una scrittrice giornalista come lo è lui.

Piuttosto nel farsi inseguire da noi lettori brandendo il vessillo del proprio punto interrogativo. Guerriero si trasferisce in Costa Brava, intervista chi è stato vicino a Capote — o chi dice di esserlo stato. Ipotizza, fallisce, riprova. E riporta forse la frase centrale di questo libro così breve e purissimo, potente perché forte e arreso insieme. Capote che torna a New York e dice: «Scrivere il libro non è stato difficile come viverci insieme». Guerriero sta lì, lontana dalla sua Buenos Aires, aspetta che qualcosa succeda, vagheggia che lei stessa potrebbe forse non tornare più indietro. Vive insieme al libro che sta scrivendo, Sulle tracce di Truman Capote. E quelle tracce lì non ci sono, è come se di Capote non restasse niente.

Per questo, tolto il fantasma, Guerriero non può eludere sé stessa. «Correndo contro il vento di tramontana, penso che, in fondo, scrivere significa sparire completamente per apparire completamente altrove».

Quando mi metto a scrivere sulla lavagna, camminando furioso davanti a una ventina di studenti e studentesse di un campus americano, in fondo quello che vorrei far sentire loro è quel vento di tramontana contro cui Leila Guerriero — una delle scrittrici più straordinarie del presente — è obbligata a correre, temendo di sparire e volendolo fare. Il vento di tramontana che soffia su Capote mentre va a muso duro contro tutta l’America.

Senza sapere, nessuno dei due — nessuno di chi si mette a scrivere ascoltando i fantasmi — perché lo fa. Ma sentendo in maniera inequivocabile che la chiamata del fantasma impone un rischio. Vorrei dire che scrivere li farà stare bene, e so che è vero e che però è vero anche il contrario, che la scrittura è una malattia. Guerriero dice che è come «una lunghissima bronchite». Ma, paradossalmente, chi cammina controvento, anche se squassato dalla tosse, aiuta il proprio tempo a guarire.

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