La prefazione di Vanessa Roghi a «Crazy Salad» di Nora Ephron
Autori collezione SUR Nora EphronIn occasione dell’uscita in libreria di Crazy Salad di Nora Ephron, pubblichiamo la prefazione della curatrice Vanessa Roghi, che ringraziamo. Il suo testo ci introduce allo sguardo acuto e all’ironia pungente con cui Ephron, negli Stati Uniti degli anni Settanta, racconta le donne e tutta la contraddittoria potenza della loro emancipazione.
Introduzione [1]
di Vanessa Roghi
«Oggi non è male essere una donna. A me piace. Provateci, qualche volta».
Nora Ephron a Studs Terkel, 28 luglio 1975
Nella prefazione a questo libro, Nora Ephron scrive: «Nel 1972 ho iniziato a tenere una rubrica sulle donne per Esquire […] era evidente che le donne americane stavano attraversando diversi cambiamenti; volevo scrivere di loro e di me. Quando sono partita con la rubrica, il movimento femminista era in un periodo di attività fervente, di crescita e di rabbia; oggi è in fase di consolidamento. Lo stesso vale per me, e c’entra qualcosa anche col motivo per cui faccio sempre più fatica a scrivere di donne. Per giunta, temo di aver esaurito gli argomenti».
Deve essere il 1974 quando consegna queste righe all’editore, perché la raccolta esce nel 1975; ma poi si smentisce e torna a scrivere fino al 1977, quando, nell’ultimo articolo della raccolta che prenderà il nome di Scribble Scribble, afferma decisa: «Esauriti gli argomenti». Enough.[2]
Per fortuna, anche questa volta, non è vero che ha esaurito gli argomenti, altrimenti non avremmo avuto le sue opere degli anni a venire, quelle che oggi ricordiamo meglio: i romanzi, come Heartburn (1983),[3] le sceneggiature originali come Harry ti presento Sally (1989).
Crazy Salad raccoglie gli articoli e i saggi scritti da Ephron nei primi anni Settanta e ci consente di apprezzare, oltre all’ironia che tutte ricordiamo, la vena profondamente politica che sorreggerà le sue opere successive anche quando non immediatamente visibile. Intervistata all’uscita del libro da Studs Terkel, mitico conduttore radiofonico dell’epoca, Ephron spiega che il titolo è un verso di Yeats, da «A Prayer for My Daughter»: «It’s certain that fine women eat / A crazy salad with their meat» [«È certo che le belle donne mangiano / insieme alla carne un’insalata matta»], che le sembra «un bel titolo per un libro sulle donne».[4]
Ma non è solo il suono giocoso del verso che le interessa. In Yeats, crazy salad allude al fatto che anche donne passate alla storia, in materia di uomini, non hanno giudizio. Ephron riprende l’espressione, ma la rovescia. Del giudizio che Yeats vorrebbe avessero le donne, sua figlia per prima, le donne degli anni Settanta sono pure un po’ stufe e, comunque, sanno senza dubbio riderne.
I testi che leggerete sono stati scritti per le riviste New York, Rolling Stone ed Esquire, sulla quale Ephron firma una rubrica mensile, intitolata «Women». Negli intenti dell’editore si tratterebbe di spiegare a un pubblico perlopiù maschile «cosa vogliono le donne». Ma Ephron va ben oltre lo «spiegare le donne» ai lettori maschi e ricorda: «volevo scrivere di loro e di me». «Loro» e «me» fanno parte dello stesso insieme, quello delle donne, ma è solo con il movimento femminista che inizia a prendere forma un «noi».[5]
Anche Ephron si dichiara femminista, ma «a modo suo». Come molte donne della sua generazione affianca gran parte delle battaglie del movimento ma guarda anche con un certo scetticismo quelli che considera i suoi aspetti più estremi, «religiosi», di alcuni non capisce la portata o non le interessa. Il suo essere femminista si vede più da come scrive che da cosa scrive: anche quando è perplessa, distante, critica, infatti, parte da sé.
Quando Ephron dice «io», nega la possibilità che di donne si possa parlare in astratto, anche da parte delle donne stesse: situarsi e situare le altre, il colore, la classe e non solo il genere, è il suo modo di essere una femminista e nel pezzo intitolato «Miami» questo è chiarissimo. Non basta avere una vagina per prendere la parola in nome di tutte. Agli uomini che la leggono, invece, dice: le donne di cui sentirete parlare hanno un nome e un cognome, una data di nascita, sono le vostre compagne, mogli, sorelle, figlie. Per questo dovete prenderlo sul serio, il femminismo, perché la rivoluzione questa volta non si fermerà alla soglia di casa vostra, ma entrerà nella vostra cucina, nella vostra camera da letto e non è detto che vi consentirà di rimanerci.[6]
«Due parole sul seno», apparso su Esquire nel maggio 1972, resta uno dei punti più alti di questo suo nuovo modo di raccontare donne (e uomini), ma anche «Fantasie» (luglio 1972), meno noto, parla di questo ribaltamento del punto di vista.
Ma partiamo dall’inizio.
Nora Ephron nasce a New York il 19 maggio del 1941. I genitori Phoebe Wolkind ed Henry Ephron, entrambi sceneggiatori, portano lei e le sue sorelle a vivere a Beverly Hills, dove cresceranno. Tutti in famiglia scrivono: Hallie è giornalista, Delia e Amy sceneggiatrici. Dopo averla chiamata Nora in omaggio alla Nora di Henrik Ibsen, protagonista di Casa di bambola, i genitori modellano su di lei il personaggio della figlia adolescente protagonista della commedia Take Her, She’s Mine (1961), poi adattata per il cinema e interpretata da Sandra Dee.[7]
Phoebe insegna a Nora che tutto può diventare racconto. Everything is copy. «Prendi appunti», le dirà sul letto di morte.[8] Ephron cresce con il mito di New York, anzi del New Yorker, dove legge Dorothy Parker, che ammira in modo incondizionato: «penso di essere cresciuta ossessionata dal mito del New Yorker, come tante persone in questo paese», confesserà a Studs Terkel.
«Non chiedevo altro dalla vita che trasferirmi a New York ed essere Dorothy Parker», scrive in un articolo di questa raccolta. «La signora spiritosa. L’unica signora al tavolo. La donna che si guadagnava da vivere con la sua arguzia. Che scriveva per il New Yorker». L’unica signora al tavolo.
Parker, giornalista, scrittrice, poeta, è in effetti da molti punti di vista all’origine della scrittura di Ephron: collaboratrice del New Yorker fin dal 1927, passa poi a scrivere per il cinema fino a quando non viene coinvolta nei processi dell’era maccartista contro i «comunisti di Hollywood»; torna a scrivere per Esquire e muore per un infarto, dopo essere stata a lungo tormentata dall’alcolismo, nel 1967 (destino che condivide con la mamma di Ephron, che muore malata di cirrosi epatica).
Nel saggio «Non mi ricordo niente», contenuto nell’omonima raccolta del 2010, l’incontro con Parker è uno di quelli che Ephron dice di essersi dimenticata, ma per fortuna sta qui in Crazy Salad e possiamo leggerlo.
Ephron prende le distanze dal suo mito di ragazza. Il modo di essere giornalista di Parker appartiene ormai al passato: «Non si desidera più essere l’unica donna seduta al tavolo. Non si desidera più passare le serate con un gruppo di persone convinte che il senso della vita stia in un rimbecco ben piazzato. Non si desidera nemmeno più farsi pubblicare sul New Yorker. Però prima che lo si guardasse troppo da vicino, quel mito era bellissimo, e io faccio fatica a rinunciarvi».
Evidentemente l’articolo colpisce anche Studs Terkel, che durante la già citata intervista radiofonica le fa sentire la voce di Dorothy Parker registrata da lui stesso qualche anno prima della morte della scrittrice. Parker appare del tutto ignara del suo valore e, dice Terkel, questo è un ottimo spunto da cui partire per parlare di Crazy Salad, perché se c’è qualcosa che distingue la generazione di Dorothy Parker da quella di Nora Ephron è proprio questo: la presa di coscienza del proprio valore, la rivendicazione del proprio valore, l’affermazione pubblica del proprio valore. E questo accade grazie all’irrompere sulla scena del femminismo della seconda ondata, quello degli anni Sessanta per l’appunto.
Nel 1962 Nora Ephron si laurea in Scienze politiche al Wellesley College nel Massachusetts (tornare lì è il motivo che la spinge a scrivere l’articolo «Il raduno») e, dopo un breve stage alla Casa Bianca, chiede di lavorare a Newsweek, una delle redazioni più maschiliste del paese.[9] A Newsweek le donne, tutte laureate, vengono chiamate semplicemente girls e adibite allo smistamento della posta. Con i loro abiti «appropriati» e i tacchi alti, spingono carrelli di porta in porta. Se dimostrano di saperlo fare, possono «salire» al reparto ritagli, un altro ghetto femminile: in camicia color kaki per nascondere meglio le macchie d’inchiostro, passano le giornate a segnare i giornali, strappare articoli con strumenti affilati e smistarli ai vari reparti. «Era un lavoro tremendo», ricorderà Nora Ephron, «nel quale, come se non bastasse, ero molto brava».[10]
Siamo nel 1963, prima che il Titolo vii del Civil Rights Act del 1964 vieti a livello federale la discriminazione sul lavoro in base al sesso. In quegli anni, come già accennato, la seconda ondata del femminismo statunitense sta prendendo forma: Betty Friedan ha appena pubblicato La mistica della femminilità, mentre giovani giornaliste come Joan Didion e Gloria Steinem cercano di sottrarsi al ruolo di interpreti di soli «temi da donne» per conquistare accesso ai luoghi più prestigiosi del giornalismo. Quello che gli viene chiesto però è di essere «brave come un uomo». Di essere ancora una volta, insomma, «l’unica signora al tavolo».[11]
Solo così potranno «salire sul bus»: il pullman delle campagne elettorali su cui viaggiano candidati, staff e stampa, che nel giornalismo politico degli anni Sessanta è monopolizzato dagli uomini e che diventa la sineddoche del giornalismo serio.[12] Ma, a differenza di Parker, per Ephron è solo una questione di «quando» e non di «se».
Infatti, l’occasione di «salire sul bus» arriva presto. Durante lo sciopero dei quotidiani del 1962, mentre ancora Ephron smista articoli a Newsweek, l’amico Richard Lingeman, fondatore della rivista di satira politica Monocle, le chiede di fare una parodia della celebre rubrica di gossip di Leonard Lyons sul New York Post. Il pezzo colpisce Dorothy Schiff, editrice del Post, che le offre un periodo di prova e poi la assume. «Se possono parodiare il Post possono anche scrivere per noi. Assumeteli».[13] Così diventa una vera reporter, come Lois Lane, la fidanzata di Superman: una figura che per molte lettrici del dopoguerra, e certamente per la stessa Ephron, contribuisce a rendere il giornalismo di inchiesta immaginabile come mestiere femminile.[14]
Nel 1968 Ephron pubblica in volume una lunga intervista a Johnny Carson, storico presentatore televisivo (And Now… Here’s Johnny!). Quindi, nel 1970, raccoglie gli articoli di questi anni in Wallflower at the Orgy. Articoli che l’editor Harold Hayes nota, per questo la chiama a Esquire, che in quel periodo si autodefinisce the magazine for men. Le viene proposta una rubrica sul cinema ma lei rilancia e ne chiede una sulle donne.[15] Hayes è abbastanza intelligente e curioso per capire che parlare di donne a un pubblico maschile può essere una sfida adatta ai tempi.
Per Ephron, infatti, la condizione femminile non è un tema che riguarda solo le donne, ma un osservatorio privilegiato sui mutamenti della società americana: l’articolo «Alle prese con, ehm, il problema» sui deodoranti vaginali è, in questo senso, un capolavoro. C’è dentro la critica al capitalismo, una riflessione raffinata sui meccanismi della società dello spettacolo e della pubblicità che risente della lezione de I persuasori occulti di Vance Packard, e un’analisi femminista sul modo in cui si affronta, nel discorso pubblico, il tema degli umori femminili, a partire dal sangue mestruale.
Di sangue mestruale Ephron parla anche nella recensione del volume Vaginal Politics di Ellen Frankfort in «Politica vaginale»: un testo che racconta delle prime battaglie per l’autodeterminazione ginecologica. «E quando Frankfort ci informa, come fa alla fine del libro, che “a New York diversi gruppi di donne si riuniscono e, sul tavolo da pranzo o sul divano, osservano i cambiamenti della cervice”, viene difficile non rimpiangere i tempi in cui una serata tra ragazze significava torneo di bridge». D’altro canto, e ironia a parte, aggiunge Ephron, che il problema della medicalizzazione e del controllo del corpo femminile esista è fuori discussione, e lo sappiamo benissimo ancora oggi.
Il mio articolo preferito è «A proposito di autocoscienza». Pratica femminista separatista, viene vissuta da Ephron, e da altre donne dello stesso milieu borghese di New York, come una sorta di gruppo di auto-aiuto per salvare matrimoni in crisi. Ovviamente non funziona, come chiedere all’I Ching, l’oracolo cinese, la capitale della Francia (l’ho fatto io da bambina).
«Eravamo troppo complesse – o così credevamo», scrive Ephron, «per sprecare tempo a discutere dei concetti cardine del movimento, come “i vari livelli e forme che l’oppressione assume nella nostra vita quotidiana”. Era di uomini che volevamo parlare. E così, alla fin fine, il tutto si è ridotto a una specie di soap opera, con nuovi episodi sullo stesso argomento ogni settimana».
La sua soap ha come protagonisti lei e il primo marito, lo scrittore Dan Greenburg. L’autocoscienza non migliora il ménage familiare. Sappiamo che dopo poco i due si separeranno ed Ephron si sposerà con Carl Bernstein, giornalista noto per aver rivelato al mondo lo scandalo Watergate. In alcuni articoli contenuti in Crazy Salad, però, possiamo ancora vedere il matrimonio con Greenburg. Ad esempio «Il lancio del posacenere» e «Fantasie», che mostrano con chiarezza quanto il femminismo produca, nella vita di coppia, effetti ancora tutti da negoziare, se non da inventare. Non è chiaro, insomma, cosa significhi essere femministe a letto.
Più definito sembra invece il terreno della politica, almeno sul piano della rappresentanza e delle candidature. Con questa consapevolezza Ephron, nel luglio 1972, segue la Convention Democratica che deve nominare il candidato che sfiderà Richard Nixon. Per la prima volta è presente il NWPC (National Women’s Political Caucus), nato nel 1971 per «aiutare le donne», scrive in «Miami», «ad accedere e partecipare alla vita politica, in particolare oltre il livello di lecca-buste». Il NWPC appoggia George McGovern. Dall’articolo di Ephron emerge, però, il sospetto che l’apertura di McGovern e del Partito Democratico verso il movimento delle donne sia soprattutto strategica, data la cautela nell’affrontare la discussione sull’aborto. Nel 1972 l’aborto negli Stati Uniti è ancora una questione politicamente esplosiva: la storica sentenza Roe v. Wade, con cui la Corte Suprema ne riconoscerà la tutela costituzionale, sarebbe stata pronunciata solo un anno più tardi, nel 1973.
Oltre a mettere in luce questa tensione, Ephron racconta anche come nella convention di Miami si scontrino figure storiche come quella di Betty Friedan, «madre di tutte noi» – ma «nel movimento femminista, essere definita la madre di qualcosa non è quasi mai un complimento» – e quindi da mettere in soffitta, dove Friedan non vuole assolutamente andare. Ephron descrive lo scontro fra lei e Gloria Steinem (agli occhi di Friedan niente di più di «una bella signora magra»). Alla fine del reportage ricorda a chi si divide per questioni di potere che per moltissime donne, soprattutto donne nere e povere del Sud, il femminismo non è prima di tutto una guerra di leadership, ma una questione di reddito, casa, sopravvivenza.
Non ci sono soltanto femministe però negli articoli di Nora Ephron, c’è anche l’America dei concorsi per la torta più soffice, c’è la prima donna arbitra di baseball, uno storico match di tennis, c’è Julie Nixon Eisenhower, figlia di un presidente e nuora di un altro, e Barbara Mandel, first lady del Maryland il cui divorzio diventa un’occasione per parlare di un sistema di potere che si sorregge sulla convinzione che dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna.
«Una donna investe una vita sulla carriera del marito, e per tutta ricompensa lui la lascia», leggiamo in «Divorzio in stile Maryland». «Una donna cresce in una società in cui la sua unica scelta sembra quella di consacrarsi al coniuge. “Il mio caso è diverso solo perché ho contribuito a farlo eleggere governatore”, ha detto la signora Mandel».
E poi c’è Rose Mary Woods, zia Rose, segretaria di Nixon, che Ephron descrive come «una di famiglia. […] Faceva da babysitter alle bambine». Si scambiava i vestiti con Pat, la moglie di Nixon. «Suo fratello Joe, ex agente dell’fbi che ha prestato servizio come sceriffo della contea di Cook, indossava i completi dismessi di Richard Nixon. Rose partecipa alle cene di famiglia alla Casa Bianca». Sempre presente in ogni occasione, fidatissima. Ma nel novembre 1973, quando emerge il «celebre» vuoto di diciotto minuti e mezzo in un nastro della Casa Bianca registrato il 20 giugno 1972, tre giorni dopo l’irruzione al Watergate, è proprio lei a finire sotto accusa. La Casa Bianca la scarica: gli avvocati del presidente le fanno capire che deve cercarsi un avvocato per conto suo.
Un po’ di contesto credo sia necessario: dal 1971 Nixon fa installare alla Casa Bianca un sistema di registrazione automatica di colloqui e telefonate noto solo a un ristretto numero di collaboratori.[16] Quei nastri, rimasti in funzione fino al luglio 1973, diventeranno una delle prove centrali dello scandalo Watergate: non tanto perché il vuoto di diciotto minuti e mezzo permettesse di sapere con certezza che cosa fosse stato cancellato, quanto perché rafforzava il sospetto di una distruzione di prove nella quale Woods avrebbe avuto, secondo l’accusa, un ruolo fondamentale.
«A Washington di questi tempi si fa un gran parlare di Rose Mary Woods e le conversazioni finiscono sempre per ricordare il terzultimo capitolo di un giallo di Agatha Christie», commenta Ephron. Il terzultimo capitolo di un giallo di Agatha Christie, quello in cui ci sono tutti gli indizi ma ancora nessun colpevole. Geniale.
Washington e le donne potrebbe essere un altro filone di Crazy Salad: perché la sede del potere per antonomasia assomiglia, più che a una città, al carattere di una persona. È rigida, conformista, moralistica. «Washington è una città di ragazzotti da spogliatoio dove valgono ancora certe istanze vetuste, stantie». Ephron ne parla in due articoli, significativamente intitolati «Le pazze»: il tema è sempre lo stesso, donne che brillano soltanto per riflesso di uomini fino a quando, rimaste sole o avendo provato a emanciparsi, finiscono per passare per pazze o derelitte.[17]
Bellissimo, e un unicum invece in questa raccolta, dove non si parla mai di politica estera, è l’articolo sulle donne in Israele: come già aveva fatto Hannah Arendt prima di lei, anche l’ebrea Ephron guarda in modo critico quello che accade lì. Certo, dice, a confronto con tanti altri stati dell’area, le donne in Israele hanno senza dubbio maggiori diritti, ma non tanti quanto si vorrebbe credere, poiché uno stato religioso non può essere mai, fino in fondo, amico delle donne. E a poco serve una donna premier come Golda Meir (spesso definita sui giornali dell’epoca, in una battuta considerata spiritosa, «l’unico vero uomo al governo»).
Meir, infatti, non solo è l’unica donna al governo, ma anche l’unica in assoluto che vi abbia mai prestato servizio. «La signora Meir non ha mai palesato un interesse per i diritti delle donne: è il classico esempio di donna di successo convinta che siccome lei è riuscita ad arrivare in cima, ce la possano fare tutte». Da Margaret Thatcher a Giorgia Meloni, una sintesi perfetta del fatto che non basta rompere il soffitto di cristallo, se poi i cocci li devono spazzare altre donne in condizioni meno privilegiate.
E di donne meno privilegiate Ephron parla in «Le ragazze dell’ufficio», dove prende le mosse da un libro-intervista su quindici impiegate single di Manhattan per mettere in scena la condizione di subordinazione in cui tante donne «libere» in realtà vivono. «Leggendo il romanzo, mi è venuto in mente che sarebbe praticamente impossibile scrivere un resoconto fedele sulla qualità della vita delle single a New York senza scrivere un romanzo di serie B, per il semplice motivo che la vita delle single a New York è un romanzo di serie B». Con buona pace di tutte le serie tv che verranno negli anni a venire.
Forse un solo articolo di questa raccolta appare davvero datato: «Enigma», dedicato a Jan Morris, scrittrice e giornalista trans che nell’omonimo memoir racconta la propria transizione. Il libro oggi è considerato un classico, che ha anticipato molti dei temi resi pubblici dal movimento LGBTQ+, ma quando viene pubblicato la prima volta nel 1974 Ephron giudica insopportabilmente superficiale e stereotipata l’idea di femminilità che Morris mette in scena. Le perle, il twin-set, il civettare con i camerieri: tutto questo, agli occhi di Ephron, riduce l’essere donna a una caricatura.
«Solo un uomo sarebbe capace» di ragionare così, conclude, cioè solo uno sguardo ancora maschile avrebbe potuto confondere la condizione femminile con un simile repertorio di convenzioni. Eppure, ogni articolo che precede «Enigma» smentisce proprio questo punto: il patriarcato, diremmo oggi, lo sguardo maschilista, dice Ephron, è una dimensione culturale a cui partecipano sia gli uomini che le donne. Perché una donna trans dovrebbe esserne esente più di una segretaria single di New York?
Il testo risulta datato anche per il modo in cui tratta la transizione stessa: «Tutto questo casino si sarebbe senz’altro potuto evitare se James Morris fosse nato ebreo ortodosso […] o se fosse andato da un bravo analista freudiano», oppure: «la prima volta che ho letto di Morris è stato in un articolo del New York Times Magazine domenicale che attribuiva dignità e sensibilità alla sua ossessione». Non stupisce che Ephron abbia avuto questa posizione nel 1974, stupisce che alcune donne che si dichiarano femministe continuino ad averla anche oggi.
Infine: Crazy Salad si deve leggere anche come una testimonianza sul mestiere di giornalista e sulle sue trasformazioni fra anni Sessanta e Settanta. Nora Ephron ha imparato a scrivere innanzitutto da sua madre Phoebe, che le ha trasmesso due lezioni decisive: da un lato il celebre Everything is copy, tutto quello che ci accade può diventare materiale narrativo, non importa quanto sia drammatico o ridicolo. L’importante è raccontarlo in prima persona a chi ci ascolta. Dall’altro: Write as if you’re sending me a letter, then tear off the salutation. Scrivi come se stessi mandando una lettera e poi cancella i saluti. Un tono colloquiale, familiare, uno «ieri dicevamo», che metta in chiaro che chi scrive e chi legge sono sulla stessa barca.
In questo senso Ephron sta dentro e fuori al cosiddetto New Journalism, che in quegli anni ridefinisce il reportage americano in senso più narrativo.[18] Dentro perché i suoi reportage sono quanto di più narrativo si può leggere, fuori perché quando Tom Wolfe ne ratifica la nascita in un saggio apparso su New York nel febbraio 1972, e poi lo antologizza nel volume The New Journalism del 1973, lei non vi appare; su ventitré autori, solo due donne, Joan Didion e Barbara Goldsmith.[19] E sebbene Ephron stessa abbia preso le distanze da quella definizione, liquidandola con una battuta, la sua assenza, oggi, si nota moltissimo.[20]
Come ha osservato Heather Havrilesky, nella ricezione postuma Ephron è stata spesso ridotta a «saggista e umorista», mentre si è sottovalutato quanto il suo lavoro abbia contribuito a definire una possibile versione comica, brillante e femminile proprio del New Journalism».[21]
In questo senso pezzi come «Due parole sul seno» o «Mai stata la reginetta del ballo» restano ancora oggi dei veri e propri capolavori della storia del giornalismo, vecchio o nuovo che sia.
In Crazy Salad il passaggio di Ephron da Esquire a New York non coincide con una frattura dichiarata. Sappiamo che dal novembre 1973 la rubrica «Women» cessa di esistere. Il testo in cui questo passaggio viene esplicitato si intitola «È nata una stella». L’occasione per scriverlo è data dal provino che Nora Ephron sostiene per un programma del mattino della CBS. Ma al suo posto viene scelta Sally Quinn.[22] Quinn incarna tutto quello che ci si aspetta da una donna in tv: capacità di flirtare, di sedurre, una biondezza rivendicata: «Essere bionda non guasta», dice, e la frase colpisce Ephron proprio perché suona, insieme, terribilmente volgare e vera. Proprio perché non è mai stata la reginetta del ballo, sa bene che al ballo comunque vuole andarci.
Per questo «È nata una stella» non è soltanto il racconto di un’occasione mancata. È il testo in cui una sconfitta professionale diventa occasione per riflettere su di sé: poco dopo, lasciato Esquire, Ephron accetta l’offerta di Clay Felker e approda a New York. La stella che nasce pare proprio essere lei.
[1] Per scrivere questa introduzione ho consultato, tra gli altri, Kristin Marguerite Doidge, Nora Ephron: A Biography, Chicago Review Press, Chicago 2022; Richard M. Cohen, She Made Me Laugh: My Friend Nora Ephron, Simon & Schuster, New York 2016; e il documentario Everything Is Copy – Nora Ephron: Scripted & Unscripted, diretto da Jacob Bernstein (figlio di Ephron) e Nick Hooker, HBO 2015. Restano fondamentali, soprattutto, gli scritti autobiografici di Ephron, alcuni dei quali sono citati in queste note. Dove possibile, ho inoltre cercato di ricostruire il contesto storico in cui i testi e gli eventi qui discussi hanno preso forma.
[2] Nora Ephron, «Enough», in Crazy Salad and Scribble Scribble: Some Things About Women and Notes on Media, Vintage Books, New York 2012, pp. 431-33.
[3] Prima edizione italiana: Bruciacuore, Longanesi, Milano 1985; poi ripubblicato col titolo Affari di cuore.
[4] Studs Terkel, «Nora Ephron Discusses Feminism and Her Book Crazy Salad», Studs Terkel Radio Archive, 28 luglio 1975. Si veda, perché bellissimo, l’articolo di Alessandro Portelli su Terkel: «Studs Terkel, le voci dell’altra America», il manifesto, 11 novembre 2008.
[5] Sul femminismo statunitense William L. O’Neill, Feminism in America: A History, Routledge, New York 2017. Trovo utilissimo per inquadrare molti temi anche Giulia Siviero, Fare femminismo, Nottetempo, Milano 2024.
[6] Interessante scoprire che un testo come questo verrà recensito positivamente, come un utile strumento per capire meglio le donne, in un contesto per soli uomini come Playboy: Nora Ephron, Crazy Salad: Some Things About Women, recensito nella sezione «Playboy After Hours», Playboy, vol. 23, n. 1, 1976, p. 28.
[7] Kristin Marguerite Doidge, Nora Ephron: A Biography, cit., p. 20.
[8] Ivi, p. 83. Nora Ephron, «The Mink Coat», in Esquire, 1° dicembre 1975, poi in Nora Ephron, Crazy Salad Plus Nine, Pocket Books, New York 1984, pp. 250-55.
[9] Lynn Povich, The Good Girls Revolt: How the Women of Newsweek Sued Their Bosses and Changed the Workplace, PublicAffairs, New York 2012.
[10] Nora Ephron, «Giornalismo: una storia d’amore», in Non mi ricordo niente e altre riflessioni, Feltrinelli 2025, traduzione di Katia Bagnoli.
[11] Lisa A. Phillips, «Every Year There’s a Pretty Girl Who Comes to New York and Pretends to Be a Writer: Gender, the New Journalism, and the Early Careers of Gloria Steinem and Gail Sheehy», Literary Journalism Studies, vol. 13, nn. 1-2, 2021.
[12] Lori Amber Roessner, «Making Their Place on the Bus: The Campaign Reportage of Nora Ephron, Gloria Steinem, and Joan Didion», in Kevin M. Lerner (a cura di), Insights on Literary Journalism, Routledge, New York 2025, pp. 128-45.
[13] Nora Ephron, «Giornalismo: una storia d’amore», cit.; cfr Kristin Marguerite Doidge, Nora Ephron: A Biography, cit., cap. 5 e note 9-10.
[14] Sulla figura di Lois Lane come icona della donna-giornalista cfr Joshua Roeder, «Lois Lane: In Step with Second-wave Feminism», Fairmount Folio: Journal of History, vol. 16 (2015), pp. 36-48; Nadine Farghaly (a cura di), Examining Lois Lane: The Scoop on Superman’s Sweetheart, Scarecrow Press, Lanham (md), 2013; Tim Hanley, Investigating Lois Lane: The Turbulent History of the Daily Planet’s Ace Reporter, Chicago Review Press, Chicago 2016; Matthew C. Ehrlich e Joe Saltzman, Heroes and Scoundrels: The Image of the Journalist in Popular Culture, University of Illinois Press, Urbana 2015. Per il legame diretto con Nora Ephron, cfr Nora Ephron, «Giornalismo: una storia d’amore», cit., dove Ephron, ricordando di aver immaginato fin da ragazzina una carriera nel giornalismo, commenta: «Sarà stato per via di Lois Lane».
[15] Tom Hayes, Smiling Through the Apocalypse: Esquire in the 60s, documentario, 2013.
[16] https://millercenter.org/the-presidency/secret-white-house-tapes/about
[17] Nell’intervista a Terkel, Ephron dice di essersi ispirata ancora una volta a Yeats e alla sua poesia «Crazy Jane».
[18] Daniel Lehman, «New Journalism», in David Wyatt (a cura di), American Literature in Transition, 1960-1970, Cambridge University Press, Cambridge 2018.
[19] Tom Wolfe, «The Birth of “The New Journalism”; Eyewitness Report», New York, 14 febbraio 1972; Joan Didion, «Why I Write», The New York Times, 5 dicembre 1976; Jan Whitt, Women in American Journalism: A New History, University of Illinois Press, Urbana-Chicago 2008, pp. 87-107.
[20] «Non sono una new journalist, qualunque cosa ciò significhi. Me ne sto qui seduta alla macchina da scrivere e picchio sui tasti alla vecchia maniera», scrive nella prefazione del 1980 a una nuova edizione di Wallflower at the Orgy. Cfr Garry Wills, «How to Repossess a Life: Nora Ephron», Time, 27 gennaio 1992.
[21] «Sulle pagine del New York Times […] Ephron era semplicemente “una saggista e umorista”, che in seguito è diventata una cineasta di enorme successo, una che aveva un sacco di amici e andava matta per le torte»: Heather Havrilesky, «Slouching Toward Neck Trouble: How Nora Ephron Defined the Comic Spirit of New Journalism», Bookforum, dicembre/gennaio 2014.
[22] Oltre alla biografia di Kristin Marguerite Doidge, cfr https://time.com/archive/6841587/television-sallying-forth/
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